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mercoledì 23 luglio 2014

Il Baglietto di Vendicari #piattidalode

di Andrea Della Casa




Dopo una levataccia, il viaggio e qualche inghippo burocratico all’aereoporto, stanchi e affamati, siamo capitati per caso in questo luogo incantato alle porte della natura rustica dell’Oasi di Vendicari, come se avessimo attraversato improvvisamente un misterioso gate spazio-temporale. 

Ad accoglierci un dehors stupendo e rilassante e un piatto semplice come questo antipasto siciliano, solo per sottolineare che non sempre servono rielaborazioni e arzigogoli da nouvelle cousine per deliziare il palato. Materie prime tipiche della regione: peperoni, melanzane, olive, caponata, pomodori....insieme in un antipasto figlio della terra e del sole, tutte cose che amo. E' in queste occasioni che il mio animo meridionale latente esce con prepotenza. 

Così questo piatto mi ha rappacificato con il mondo e mi ha dato un motivo in più, se mai ne avessi avuto bisogno, per amare questa terra.
Sequel poi con pasta ai pomodorini di pachino, il tutto bagnato da una freschissima birra artigianale Vendicari non filtrata.
Ma dopo una settimana, ahimè, ci siamo svegliati. 

martedì 22 luglio 2014

C’è una nuova stella nel mondo del vino enotecnico?


Non è che mi ponga in dialettica con i vini che ritengo “industriali”, non li bevo e basta. Che faccia bene o male non saprei e neanche mi interessa saperlo. Non li bevo sino a che, messo alle strette, sono in qualche maniera costretto ad assaggiare il prodotto della “tecnica agroenologica” e mentre lo faccio, in fondo in fondo, spero che mi piaccia anche se per ora non è mai successo che sia fulminato sulla via di Damasco.

Tanto meno oggi che ho bevuto un taglio insolia e chardonnay di 11,5° vol (mi ha attirato proprio il basso contenuto di alcol, un punto a favore del vino visto che siamo in estate, momento in cui la sete aumenta il volume della bevuta con conseguenze talora nefaste), bella grafica (quella delle etichette è una mia fissa io mi faccio molto influenzare e comunque mi piacciono molto quelle innovative).
Il vino in sé era perfetto e iperprofumato sembrava figlio di un blend di rieslingsauvignontraminer con il solito dolcino d’ordinanza che rende la beva infantile e ammiccante.
Costruzione perfetta di sapori, profumi, gusti, colori.
Bevendolo come si beve una bibita, ghiacciato come la banchisa, mi chiedevo un po’ di cose:
vini così a chi o cosa servono?

Al territorio?
(Come può giovare al territorio un vino costruito negli uffici marketing)
A promuovere il consumo di vino fra i giovani ormai annichiliti dai bibitozzi?
A giustificare l’esistenza in vita di “enne” ditte che producono additivi enologici?
A giustificare i corsi di laurea in enologia che sono sempre più in posizione ancillare nei confronti dei produttori agroenochimici?
A giustificare i protocolli di cantina degli enotecnici?

Me lo dite voi a che cosa cavolo serve un vino inutile come quello che bevuto?
E non è nemmeno costato poco, diciotto euro in pizzeria!

Meglio, molto meglio un vino cattivo del contadino che un vino così insulso ed inutile, meglio acqua oppure una gassosa di qualità.
Sono stufo che vini come questo vengano paragonati a quelli artigiani, non è possibile paragonarli giocano in campionati diversi, sport diversi.
E comunque c’è una nuova stella nel firmamento enotecnico, purtroppo…

Una risposta parziale alla mia domanda l’ho trovata su Pietre Colorate n°18 nell’articolo di Andrea Segre, Memoria e souvenir, a pg 11:

“Nessun contadino, nessuna terra, nessun sapore. Le mele (vino tecnologico) anche a Triboj (ovunque nel mondo) sono cattive. Peggio sono inutili. E con loro le banane, le arance, le patate. L’unico loro valore è quello economico. L’unico sapore è quello economico. Che sapore ha l’economia?”

Luigi

lunedì 21 luglio 2014

Extraomnes/Stillwater Migdal Bavel, una saison italiana.


di Diego DeLa




Nasce dalla collaborazione tra l’italianissima Extraomnes, di cui abbiamo già parlato diverse volte su questo blog, e l’americana Stillwater. I due birrai si incontrarono sulla mitica crociera Un mare di Birra e scoprendosi entrambi grandi cultori delle saisons belghe, decisero di unire le forze in questa collaboration brew, chiamata poi Torre di Babele (probabilmente riferito alle difficoltà iniziali di interazione linguistica tra i due) e denominata in etichetta Italian Saison Ale.
 C’è da sottolineare quanto Brian Strumke, birraio di Stillwater sia ferrato nell’utilizzo delle spezie in sala di cottura ed in questo caso, suggerì a Schigi (EO) di cercare il giusto mix, identificato poi con  la mirra e pepe di Sichuan, e di utilizzarlo poco prima del raffreddamento del mosto, e non in bollitura come molti fanno. Il risultato è una birra in cui la caratterizzazione del lievito saison viaggia a braccetto con le spezie.
Nel bicchiere la birra si presenta di un bel dorato carico, appena opalescente, la schiuma è bianchissima, pannosa e persistente.
Il naso è tutto un caleidoscopio di aromi con un attacco molto delicato di miele e fiori bianchi, poi arrivano le spezie con  sentori di zenzero, mirra, una buona presenza di mandarino, lime e la ficcante presenza di note pepate e rustiche. L’aroma è molto pulito e accattivante.
In bocca il corpo è esile, cosa che ne favorisce enormente la beva e la carbonazione media, anche qui ritroviamo un attacco maltato e poi si vira verso il lime, pompelmo e lo speziato pungente.
Come da copione una leggera acidità ripulisce il tutto ed invita alla bevuta seriale preceannunciando  un finale è molto secco ed erbaceo. 
Una birra motlo equilibrata in tutte le sue componenti, rinfrescante ed appagante, da buona saison la porterei in tavola senza remore e, vista la particolare speziatura, la abbinerei con del pesce al cartoccio, con carni bianche e con formaggi erborinati. Se siete temerari, accostateci una pasta e fagioli.  [deLa]

venerdì 18 luglio 2014

Blauburgunder 2004, Sudtirol DOC, Weingut Klosterhof

di Daniele Tincati


Mi sono accorto che non ho mai parlato di Klosterhof e dei suoi vini.
Era un po’ di tempo che non ne bevevo.
Infatti questa bottiglia era finita nel dimenticatoio della mia cantina.
Non che sia grande da perdere le bottiglie, ma c’è poco spazio e tanta confusione.
Sta di fatto che cercavo qualcos’altro e mi è capitata in mano.
Per fortuna, perché dieci anni cominciano a pesare, anche se è ancora in splendida forma.
Due parole su Klosterhof vanno spese però.
La famiglia Andergassen vive a Caldaro e coltiva vigneti di proprietà attorno a casa, posto bellissimo, coniugando le due attività principali della zona: viticoltura e turismo.
Infatti hanno un Garni con piscina e giardino curato, meta ambita di turisti teutonici.
Ho conosciuto i suoi vini durante un tour in zona parecchi anni fa, forse la prima edizione della “Notte delle Cantine”, e me ne sono innamorato.
Messo a confronto con altri Blauburgunder, quella sera, non c’era storia, surclassava tutti per finezza ed intensità.
Il più borgognone di tutti.
Gli altri vini di casa sono i classici della zona, tra cui un Kalterersee, un Moscato Giallo secco, e un bel Pinot Bianco affinato in botti di acacia costruite direttamente da loro con l’aiuto di un bottaio del paese.
Un amico che è stato di recente mi dice che da poco la cantina è passata in mano al figlio e bisognerà quindi verificare la continuità con i vini del padre.
Vedremo…
Intanto mi godo questo 2004.
Granato trasparente, luminoso, con gemme rubino.
Bella consistenza, archetti lenti, lunghi ed eleganti, non troppo fitti.
Bella l’evoluzione nel bicchiere, in-fusione di spezie con qualche vegetalità.
E mi esce la nota di anguria, con un mix vegetale-fruttato, e qualche sbuffo terroso.
Assaggio affascinante, in perfetto equilibrio tra morbidezza e tensione.
Tannini finissimi e delicati, quasi un tutt’uno con il sorso, a suggellare una maturità perfetta.
S’è aperto con un roastbeef di cavallo ( o roasthorse che dir si voglia ) e patate arrosto.
Adesso non mi resta che un Riserva 2004.