Pagine

lunedì 22 settembre 2014

Grignolino del Monferrato Casalese 2011 - Tenuta Migliavacca

di Riccardo Avenia

Per chi è assiduo frequentatore di questo virtuale bar, i vini di Tenuta Migliavacca di Francesco Brezza, non sono di certo una novità. Nel caso invece non conosceste questa realtà piemontese, accenno brevemente il modus operandi di casa: l'agricoltura è condotta con i criteri della biodinamica da cinquant'anni (l'ormai famoso Stefano Bellotti, è stato allievo di Francesco, per dire). Le fermentazioni - per quanto concerne il grignolino - avvengono spontaneamente in botti, con brevi macerazioni a contatto con le bucce. Matura successivamente nei medesimi contenitori, per un periodo che può variare dai 6 ai 12 mesi. Ridotte dosi di solforosa, esclusivamente durante l'imbottigliamento e nessun utilizzo di prodotti chimici.

Per un ulteriore approfondimento vi rimando dagli amici Vittorio e Luigi, che ne scrissero a suo tempo.

Dopo aver studiato io stesso tutto questo, non conoscendo personalmente questa realtà, mi resta solo lo stappare la bottiglia e tuffarmici metaforicamente dentro.

Il colore è rosso arancio, scarico e velato. Il bagaglio olfattivo che ricordavo dai grignolino bevuti in passato, qui sembra in evoluzione. I fiori sono in appassimento, la piccola frutta rossa, inizialmente fragrante, è ora matura ed intensa come in confettura. Si allarga alle spezie e ad alcuni sentori che in qualche modo, mi riportano al nebbiolo: cuoio, legno restaurato, smalto e confetti. Incredibile, non l'avrei mai detto, che nobiltà questo vitigno. Sarebbe bello versarlo alla cieca ad alcuni amici: sai quante ne sparerebbero e, quante ne sparerei anche io.

Il sorso è snello, godibilissimo, con una balsamica sapida acidità. Sotto, il ricordo di finissimi tannini. Tutto in perfetto equilibrio. Eleganza, dinamismo. Ritornano i fiori, ritorna il frutto, le spezie, torna tutto. Probabilmente, l'ho aperto nella sua quintessenza.

In queste poche giornate di caldo sole, sbicchieratelo senza indugi bello fresco: ne godrete.



P.s. Se non fosse stato per l'amico Enofaber ed il suo #grignolino1 (quanti bei ricordi. Quando ripetiamo, Faber?), questo vitigno sarebbe stato - per me - solo uno dei tanti da imparare a memoria per l'esame del terzo livello AIS.

Lunga vita a questi vitigni "minori", che come pochi raccontano un'inimitabile territorio e le sue tradizioni. Ma soprattutto, lunga vita ai vignaioli come Francesco Brezza, che ancora riescono a farci gioire, grazie a questi vini veri.

venerdì 19 settembre 2014

Il vino “fa rima” con le bucce a Barge!





























Il pinerolese non lo si può definire l’”eden” enologico del Piemonte, però così come la Valle Susa, un tempo producevano vini molto apprezzati, forse più apprezzati dei contemporanei “block buster” enologici.
E questo la dice lunga sull’influenza della comunicazione in un mondo dissolto in bit.
La mia sensazione è che oggi il miglior “territorio” sia sempre più quello che è maggiormente “parlato” e non quello coltivato.
Io che ho empatia con gli eroi sfortunati e negletti e incompresi, amo cercare negli angoli bui e questa volta, grazie a Luca Coucourde attivissimo e curioso proprietario dell’Enoteca 13 gradi di Luserna san Giovanni (TO), cittadina famosa per il duro lavoro delle cave di pietra “Luserna” con le quali si è costruita e abbellita la Torino barocca e non solo,  mi ha segnalato un produttore, Beltramo e mi ha omaggiato del suo macerato, il FARIMA.
FARIMA è l’acronimo delle cultivar presenti nel “mischione”, Fa vorita-RI esling-MA lvasia il tutto macerato (pochi giorni).
Il risultato è molto interessante, di grande freschezza, un vino molto godibile con la malvasia e la sua vegetalità sugli scudi, quasi si stenta a credere che sia stato vinificato in rosso.
Vino da giudicare a secchi!
A breve tornerò da Luca per provare la Barbera e il Dolcetto che in questa enclave da buoni risultati (così mi dicono).
Quindi possiamo concludere: non solo pietre a Barge* e a Luserna!
Kempè

Luigi


*Barge come Luserna San Giovanni sono vicine alle cave di pietra da esterni e la loro storia secolare è legata principalmente a questa attività.
Barge è in provincia di Cuneo ma ricade nella doc Pinerolese.


giovedì 18 settembre 2014

un viaggio in Georgia, nel bicchiere, Nikoladse wine


Georgia
Culla della viticoltura e del vino (così ci dicono)
Tutto è nato lì circa seimila anni fa
Il vino vissuto nei millenni come un compagno di vita senza la sacralità della “cantina” e tutte le sue ritualità e le attrezzature allineate come un piccolo esercito.
Alcuni Qvevri interrati nell’aia sono sufficienti ai Georgiani per compiere il miracolo della fermentazione.
 “La più malinconica seta io affronterò con le mani più allegre che avrò per raccontare a chi non lo sa, eh, eh quel che è solo normalità” (P.Conte)
Così mi immagino l’operare tranquillo e immerso nell’arcaicità dei vigneron georgiani

Così appena arrivati i vini, senza aspettative ma con una curiosità scimmiesca mi sono approcciato ai vini di Nikoladse (produttore della zona viticola degli Imereti) da due cultivar differenti
Apro il primo, il Tsitska 2011
E assaggio un vino di una eleganza incredibile
La macerazione, la permanenza sulle bucce
Dov’è?
Bevuto tutto, senza scoprire dove fosse! (vino dell’estate e forse dell’anno 2014)
Freschezza citrica che induce una beva compulsiva, leggerezza e profondità (in certi momenti controllo l’etichetta non vorrei aver aperto un altro vino!)
Saporito e salato


Il giorno dopo apro il secondo, il Tsolikouri 2011
Qui il colore già anticipa delle ruvidezze maggiori
Ma rimaniamo nel campo della eleganza, contadina forse ma pur sempre setosa (malinconica seta…)
Maggiore intensità e maturazioni
Leggera grassezza, più orizzontale del primo
Il velo tannico aiuta il palato
E la bottiglia finisce sempre troppo presto!
Kempè

Luigi

Ps
Ringrazio Nicola Finotto spacciatore di liquidi georgiani e autore su Pietre Colorate n°18 di uno struggente articolo sulla Georgia


mercoledì 17 settembre 2014

Bad Attitude/Nøgne Ø White IPA, l'ibrido che non ti aspetti.


di Diego DeLa



Di questa  birra avrei dovuto parlare almeno un mese fa, ma siccome l’estate 2014 è stata  molto blanda e pare sempre in procinto di iniziare a fare sul serio (attenti che arriva ottobre...) ci prendiamo una piccola libertà spazio-temporale e facciamo finta di essere pronti per andare in vacanza a gioire dei 40 gradi all’ombra, con un disperato bisogno di sollievo dalla calura.
Eccoci allora a parlare di una birra nata dalla collaborazione tra il birrificio ticinese Bad Attitude e i norvegesi della  Nøgne Ø, lo stile di riferimento è una delle ultimissime mode /evoluzioni/ sottogeneri della India Pale Ale ossia quel White IPA nato nel 2010 con l’intenzione di unire le peculiarità delle Wit/Blanche belghe (per cui utilizzo di una buona percentuale di frumento non maltato e spezie) alla potenza espressiva luppolata delle classiche IPA americane. Se poi questo sottogenere vada  quasi a sovrapporsi al ben meno noto mondo delle Wheat  Ales americane poco importa, nel vorticoso mondo birrario contemporaneo tutto viene macerato e digerito alla continua ricerca della next big thing e i discorsi da intraprendere sarebbero molteplici riguardo all'opportunità di queste continue proposte che sembrano albergare più nel terreno del marketing che in quello della ricerca brassicola vera e propria.
Comunque, al di là di queste elucubrazioni, andiamo spediti verso quello che più ci interessa: nel bicchiere  il colore è dorato, decisamente opalescente per l’utilizzo del frumento e la schiuma si mostra generosa, bianca e persistente.
Gli aromi al naso sono esplosivi  con un accento marcato deliberatamante sugli agrumi e la  frutta esotica, avocado e mandarino su tutti, dopodichè emerge anche una speziatura elegante a base di Curaçao e sali da bagno (coriandolo).
In bocca il corpo è esile e la carbonazione media, anche qui l’esplosione fruttata la fa da padrone  appena controbilanciata da una leggerà acidità che  rende la bevuta seriale; l’alcol (6.2%) non si percepisce affatto e  il finale conclude l’opera con un amaro agrumato, secco e  persistente davvero invitante.
Una birra semplicissima che fa leva su un naso straordinariamente fresco, da bere in quantità  e adattissima ad accompagnare carni bianche, insalate e frutti di mare, a condizione però di essere bevuta giovanissima, e qui mi associo alla richiesta di mettere in etichetta la data di imbottigliamento avanzata più volte sull'ottimo blog "Una birra al Giorno", in quanto la fragranza del luppolo tende a spegnersi velocemente in bottiglia e anche la presenza di una discreta percentuale di frumento rende questa birra non particolarmente stabile nel tempo.